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Twitter, il governo Usa studia le idee politiche degli utenti: quella strana indagine che sa di Grande Fratello

Un membro della Federal Communications Commission statunitense, Ajit Pai, riporta alla luce un progetto accademico in corso da anni finanziato da un'agenzia federale. L'obiettivo? "Individuare l'inquinamento sociale, la disinformazione online e la diffusione di posizioni tendenziose". Con buona pace di due anni di Datagate

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DI POLEMICHE, in questi anni di social rivoluzioni, se ne sono susseguite molte. Una dietro l'altra. L'ultima, giusto lo scorso giugno, ha travolto Facebook: si trattava del famoso studio sul contagio delle emozioni tramite la piattaforma di Menlo Park. Le scuse complete su quell'indagine, in realtà andata in scena anni prima ma venuta alla luce solo l'estate scorsa, sono arrivate a fatica e dopo un po' di tempo. Anche perché l'utenza, dopo un anno e mezzo di Datagate, sembra farsi progressivamente più cosciente dei rischi che corre condividendo fette sempre più ampie di esistenza su canali che grazie a quei dati fanno ricchi affari. Dati che spesso vengono sottoposti senza troppi problemi all'attenzione delle agenzie di sicurezza. Ecco perché molti studi, magari in corso da tempo, stanno tornando a catalizzare l'attenzione proprio in questi mesi.

Adesso una nuova polemica rischia infatti di travolgere Twitter, il social dell'informazione, delle notizie, dell'attivismo e delle mobilitazioni per eccellenza. E non solo, Twitter, anche altri "social media di microblogging". La promessa è quella, poco rassicurante e raccontata sul sito ufficiale del progetto, di indagare "l'inquinamento sociale" che circola sulla piattaforma. A formularla però, e a metterla in pratica già da tre anni e fino al prossimo giugno, la National Science Foundation, un'agenzia federale statunitense la cui missione, da statuto, è "promuovere il progresso della scienza, la salute nazionale, la prosperità e il benessere" oltre che "assicurare la difesa nazionale". Come? Con un sistema attraverso il quale tecnici e ricercatori della Nsf (solo una lettera ne divide l'acronimo dalla famigerata Nsa) campionano, raccolgono e analizzano indisturbati almeno dal 2010-2011 i dati del social dell'uccellino.

Tecnicamente l'indagine, battezzata ormai quattro anni fa ispirandosi a un termine coniato dal comico e presentatore tv Stephen Colbert, "truthy", è in mano a un gruppo di ricercatori dell'università dell'Indiana. Stando a quanto riferisce il Washington Post e a quello che si legge sul portale del team, punta a monitorare una serie di fenomeni online. Per esempio, ciò che gli esperti chiamano "epidemie sociali": tanto per cominciare la diffusione di meme, cioè immagini, idee e fotomontaggi che invadono rapidamente piattaforme di questo tipo. Ma anche "insulti politici" e altre forme di "disinformazione". La base per fondare un servizio antibufale a stelle e strisce? Forse. Ma anche qualcosa di più scivoloso e inquietante.

"Se dici la tua su un tema importante, il governo può avere interesse nel valutare se stai facendo disinformazione?", è tornato a domandarsi a quattro anni dall'inizio del progetto Ajit Pai, membro della Federal Communications Commission statunitense, sul Washington Post. "Se twitti il tuo supporto per un candidato alle prossime elezioni di novembre, il denaro dei contribuenti dovrebbe essere speso per monitorare i tuoi interventi e valutare la tua posizione politica?". Domande importanti a cui la stessa commissione di cui fa parte l'esponente repubblicano dovrà presto trovare una risposta. Anzi, è già in ritardo. Soprattutto dopo 24 mesi di terremoto sui temi dei dati personali e del tracciamento online da fonti commerciali o governative.

Lo studio si propone di utilizzare una "sofisticata combinazione di campionamenti di dati e testi, analisi di social network e complessi modelli di rete" per distinguere fra idee che si diffondono in maniera organica e tuttavia spontanea e altre che invece possano apparire in qualche modo telecomandate "dalle losche macchine congressuali". È infatti necessario ricordare che, nonostante il progetto sia partito da almeno tre anni e sulla sua base siano già stati pubblicati alcuni paper, il 4 novembre si vota negli Stati Uniti per le elezioni di metà mandato.

Psicopolizia online? Presto per dirlo. E forse troppo. Certo l'indagine marcia da anni in una direzione non del tutto chiara, se anche un importante esponente della potente Federal Communications Commission - che pure in passato si era resa protagonista di velleità simili - esce allo scoperto per domandarselo. Non basta. Pare che Truthy tenga traccia anche dell'accoppiata account-hashtag. Vale a dire parole-chiave come #teaparty o #dems sono pescate e associate a chi ha pubblicato interventi che le menzionano, per valutare la parzialità politica degli utenti. Memorizzando le interazioni in un database e assegnando loro un'etichetta, stimando anche il tipo di approccio: se positivo o negativo rispetto ad altri utenti o certi temi di discussione.

Nulla che alcuni servizi di social network analysis già non facciano da tempo, giusto. Ma nel rispetto della privacy e utilizzando dati aggregati. Nel caso dell'indagine governativa Usa, il perimetro - finanziato per quasi un milione di dollari - sembra allargarsi spropositatamente, da anni, da un legittimo interesse scientifico alla messa a punto di un sistema di tracciamento alla luce del sole. A quanto pare senza alcun coinvolgimento diretto da parte di Twitter, che rimane fra l'altro una delle piazze digitali più rispettose delle garanzie degli utenti, stando in particolare alle pagelle rilasciate dalla Electronic Frontier Foundation. Il team di Truthy racconta quasi con candore che lo studio potrebbe essere utilizzato per "mitigare la diffusione di idee false o tendenziose, individuare l'hate speech e la propaganda sovversiva e difendere un dibattito aperto". Una chiusura, quest'ultima, quantomeno contraddittoria: difendere il dibattito marchiando e segnalando ciò che una mescolanza di algoritmi, segnalazioni e campionamenti valuta come spam? Non occorre disturbare George Orwell né Philip K. Dick per pretendere di saperne, dopo tanti anni, qualcosa di più.

Direzione che sembra voler fermamente imboccare anche l'House Committee on Science, Space and Technology, la commissione della Camera dei rappresentanti che vigila a livello federale sui temi della ricerca scientifica e dello sviluppo. E dunque sulle attività di enti come Nasa, dipartimento dell'energia e, appunto, National science foundation. Le rassicurazioni più volte diffuse da parte dei ricercatori, che hanno dichiarato come Truthy non sia programmato né in grado di determinare se un tweet costituisca disinformazione, non sembrano dunque sufficienti. "Il governo non ha alcun interesse nell'usare i fondi pubblici per supportare meccanismi che limitino la libertà di parola su Twitter e altri social media", ha dichiarato il repubblicano texano Lamar Smith, a capo del comitato. "La commissione ha recentemente supervisionato una serie di altri finanziamenti piuttosto discutibili della Nsf ma questo appare qualcosa di peggio che un semplice uso scorretto di fondi pubblici".